lunedì 26 marzo 2012

Mediaset e il dominio sui domini

Ne stanno parlando in molti, e l'osservazione più classica è che Mediaset si sia dimenticata di rinnovare il nome di dominio mediaset.com per il poco amore verso il web. Il dominio, registrato e messo all'asta, è stato poi acquistato da una LLC (il corrispondente americano di una S.r.l.).

Premesso che non credo che un'azienda come Mediaset gestisca da sola le attività concernenti il monitoraggio/rinnovo dei propri segni distintivi e/o nomi di dominio, e prevedo qualche buona "tirata d'orecchie" all'effettivo responsabile; premesso anche che il TLD prediletto di Mediaset è il .it, che non ha subito alcuna modifica ed è perfettamente visibile e consultabile e che mediaset.com faceva un semplice redirect al primo, come si evince da una semplice ricerca nell'internet archive ... va detto che la cosa non può che suscitare una certa ilarità, anche alla luce della decisione del Centro Risoluzione Dispute WIPO, che ha negato la riassegnazione.

Ma proprio a conferma di quanto detto fin'ora è bene precisare che la decisione che ha dato il via solo oggi a tutto questo calderone mediatico sulla distrazione dell'azienda del Cavalier Berlusconi è del 4 febbraio 2011!
Inoltre, Mediaset ha depositato la richiesta di riassegnazione già dall'8 novembre 2011 e fino ad oggi NESSUNO s'è accorto della mancanza di mediaset.com, che non è più di Mediaset addirittura da Aprile del 2011, cioè da quasi un anno!

Quindi sono entrambe le cose a far sorridere, sebbene in modo diverso: la prima è la perdita del dominio; la seconda, un po' più amara, è la strumentalizzazione mediatica che di tale perdita se ne sta facendo (i.e. "è sempre colpa di Berlusconi")

Io non credo, come dice l'amico Guido Scorza sul Fatto (ma non solo lui), che questa sia "un’occasione in più per rendersi conto che anche i più grandi ed i Signori dei privilegi, sul web, diventano gente comune soggetta a regole davvero eguali per tutti"

Nel 2008, quando il dominio mediaset.com NON ERA SUO, Mediaset una battaglia analoga  l'ha vinta.


La decisione del Collegio del 2012 potrebbe essere coerente con quanto previsto dall'UDRP, in particolare anche perché Mediaset non è marchio registrato negli Stati Uniti, dove ha sede la società acquirente, e questo in base alle Policy potrebbe essere sufficiente a far venir meno uno dei tre requisiti necessari e sufficienti alla riassegnazione del dominio.



Davanti ad una Corte¹, però, quei 93 domini di cui è titolare la LLC che ha acquistato mediaset.com potrebbero avere (a giusto titolo) un forte peso sul requisito della buona fede nella registrazione, determinante nella decisione WIPO ... 


Note:
1. La decisione WIPO è soggetta a cedere innanzi all'avvio di una procedura davanti ad un Corte competente e successivamente a sottostare alla decisione di questa, Corte che deve essere indicata nell'istanza per la riassegnazione, ed in effetti Mediaset pare aver avviato un giudizio contro la Fenicius LLC a Roma ...

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domenica 4 marzo 2012

#freeRossellaUrru

Ovvero: chi se ne frega di chi è la colpa!

Io, che lotto per la libertà di informazione, vorrei che il mio diritto fosse rispettato anche da chi ha la capacità, i mezzi e il privilegio di sapermi/potermi informare.

A me, che pretendo il mio diritto ad essere informata, importa poco chi ha cominciato.

Lei non è ancora tornata.

"Sembra solo ieri che la domenica ci si chiudeva in casa con la radio ..." - Lucio Dalla, 4 marzo 1943-1 marzo 2012, Tempo, in "Cambio", 1990, Pressing

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venerdì 24 febbraio 2012

Io non bevo Coca Cola

Ovvero il caso cocacolla.it visto da una voce fuori dal coro


Ieri avevo provato a scrivere un post sull'affair cocacolla.it, ma come al solito negli ultimi tempi è rimasto incompiuto.
Poi su Twitter ho iniziato a scambiare qualche opinione con qualche vecchio amico e qualche nuovo amico. 
Stamattina mi sono svegliata e ho trovato un DM che diceva "ti andrebbe se ti mando alcune domande?".
Quindi Andrea mi ha inviato via mail qualche domanda ed ha pubblicato sul suo blog le mie risposte, che di seguito riporto.


Facciamo qualche premessa: è bene sottolineare che su cocacolla.it si fa attività commerciale http://www.cocacolla.it/doc/media-kit-2011.pdf; secondo poi, i ragazzi di cocacolla.it dichiarano che l'idea di chiamare il blog proprio in quel modo si è effettivamente ispirata alla Coca Cola, come simbolo della cultura pop.
Ciononostante il dominio cocacolla.it, registrato esattamente due anni fa, fino ad oggi non ha avuto vita difficile con l'azienda della bibita più famosa del mondo.
1. Allora che cosa è successo? 
I ragazzi di cocacolla.it, avendo valutato l'andamento positivo della loro attività, ad ottobre del 2011 – quindi oltre un anno e mezzo dopo il lancio del blog - hanno deciso di depositare il marchio di impresa al fine di distinguere i prodotti e i servizi da loro offerti (per la verità solo servizi: pubblicità; gestione di affari commerciali; amministrazione commerciale; lavori di ufficio; telecomunicazioni).
La normativa nazionale prevede che il deposito di un marchio d'impresa possa essere effettuato da qualsiasi soggetto, persona fisica o giuridica, il che induce molti a farlo da soli.
Però: “Non possono costituire oggetto di registrazione come marchio d'impresa i segni che alla data del deposito della domanda: (…) e) siano identici o simili ad un marchio già da altri registratonello Stato o con efficacia nello Stato, (omissisper prodotti o servizi anche non affiniquando il marchio anteriore goda nella Comunità, se comunitario, o nello Stato, di rinomanza e quando l'uso di quello successivo senza giusto motivo trarrebbe indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del segno anteriore o recherebbe pregiudizio agli stessi; (…)”. 
Questo dice la legge italiana (in realtà riprendendo un regolamento comunitario) all'art. 12 comma 1 lett. e) Codice della Proprietà Industriale.
Non c'è dubbio che un'azienda come la Coca Cola, che per l'11° anno di seguito si è aggiudicata la prima posizione nel Best Global Brand (prima di IBM, Microsoft, Google …) è ben attenta nel tutelare i suoi segni distintivi.
Quindi è presumibile che a far prendere con le mani nella marmellata i ragazzi di cocacolla.it sia stato proprio il deposito del marchio, richiesta di registrazione sicuramente non consentita dalla legge, non la registrazione del dominio.
2. E quindi il nome di dominio? 
E' vietato adottare come ditta, denominazione o ragione sociale, insegna e nome a dominio di un sito usato nell'attività economica o altro segno distintivo () un segno uguale o simile ad un marchio registrato per prodotti o servizi anche non affiniche goda nello Stato di rinomanza se l'uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi”. 
Questo dice la legge italiana (art. 22 commi 1 e 2 del Codice della Proprietà Industriale).
Il nome di dominio “simile”, però, è monitorato meno di un marchio “simile”, vuoi perché ancora non si ha l'abitudine vuoi perché il typosquatting - url hijacking - non è sempre facile da individuare. Specie per un'azienda abituata a ben altri numeri rispetto a quelli indicati sul blog: cocacolla.it conta circa 2.000.000 di page view nell’ultimo anno, 1.500.000 visitatori unici, 7000 liker su Facebook e 1000 follower su Twitter. 
Per usare gli stessi parametri utilizzati da loro, Coca Cola su facebook ha una pagina per ogni stato in cui è presente, con una media di 900.000 liker per ognuna; sull'account ufficiale di twitter ha 493.439 follower ... 
 3. Quindi, chi ha ragione?
I numeri da ultimo richiamati, per la verità, inducono a ritenere che la reazione di Coca Cola, pur giuridicamente fondata, sia stata forse un po' eccessiva: Coca Cola difficilmente potrebbe vantare e ancor più dimostrare un pregiudizio economico dovuto all'uso del nome di dominio cocacolla.it  (del marchio ritengo non si possa ancora parlare).
Non bisogna però tralasciare un altro dato importante: i ragazzi del blog, che come si è anticipato fanno attività commerciale, altrettanto difficilmente potrebbero dimostrare che alcun vantaggio è derivato dalla scelta proprio di quel nome di dominio.
Pur consapevole che l'esempio involve questioni giuridiche di natura ben differente, non dimentichiamoci che l'industria del web-porno, (ancora oggi tra le più prosperose visto che il dominio sex.com viene puntualmente rivenduto a cifre sempre più da capogiro, l'ultima volta nel 2010 per 13.000.000 di dollari), ha fondato il suo avviamento sulle assonanze e/o sul typosquatting: si capita sui siti per un dirottamento dell'url dovuto ad un errore di digitazione … e ci si sofferma in quanto attirati dal prodotto offerto, anche se completamente differente da quello originariamente cercato!
4. Quindi non è possibile registrare nomi di dominio che evochino marchi famosi?
La legge vieta la registrazione dei nomi di dominio “di siti usati nell'attività economica”. 
Quindi un nome di dominio registrato in modo amatoriale, ad esempio per crearci un forum di discussione anche sul marchio stesso, oppure un sito di satira che non abbia nulla a che fare col marchio richiamato nel nome di dominio, dovrebbe essere consentito.
Dico “dovrebbe” in quanto l'abitudine di inserire banner pubblicitari che producono revenues o pay per click rende “commerciale” anche il blog della casalinga di Voghera. 
E dico “dovrebbe” anche perché – e l'esempio CocaCola/CocaColla ne è dimostrazione – i grandi spesso si dimenticano che da un grande potere deriva anche una grande responsabilità, e sovente se la prendono con i più piccoli credendo (e volendo) la ragione dalla loro a tutti i costi, spesso non considerando l'effetto boomerang della pubblicità negativa derivante, grazie soprattutto alla rete, da azioni spropositate.
Andy Warhol, per rimanere in tema di cultura pop, ci ha insegnato che si può giocare coi marchi altrui, ma è necessario quel carattere di originalità e novità che è difficile – anche se non impossibile – avere in una stringa di “caratteri alfanumerici trattino orizzontale compreso” di cui può essere composto un nome di dominio.

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